Donne giraffa: la mia visita al Villaggio Karen di Chiang Rai

Donne giraffa: la mia visita al Villaggio Karen di Chiang Rai

A nord di Chiang Rai, vicinissimo al confine con la Birmania ed il Laos – ed in pieno triangolo d’oro – sorge una sorta il villaggio Karen delle donne giraffa. A prescindere dall’aspetto commerciale e nonostante le contraddizioni che ruotano intorno alle donne giraffa della Thailandia, credo che si possa comunque trovare del buono in una visita. Dopotutto, i 100 bath del fee di ingresso sono per una buona causa: un po’ più un po’ meno questi gruppi sono qui perché perseguitati a casa loro (Long Neck Karen in testa).

Chi sono le donne giraffa (donne Karen)

Il termine “donne giraffa” si riferisce alle donne del gruppo etnico Karen in Myanmar (ex Birmania). Fin da bambine, le donne indossano anelli ornamentali dorati intorno al collo, dando l’apparenza di un allungamento del collo. Questa pratica tradizionale ha attirato l’attenzione dei turisti, contribuendo alla denominazione informale “donne giraffa”. Tuttavia, è fondamentale rispettare e comprendere la ricchezza culturale di questo gruppo etnico anziché limitarsi a stereotipi superficiali.

Molti anni fa, la leggenda narra di una bambina di circa 4 anni rimasta sola nel villaggio mentre gli adulti erano impegnati nella caccia e nell’agricoltura. Avventurandosi nel bosco, la bambina fu aggredita da una tigre, che le morse il collo, causandone la morte per dissanguamento. Da questo tragico episodio, secondo la leggenda, nacque la pratica di indossare gli anelli per proteggersi da eventuali attacchi di animali selvatici.

Ancora oggi, le bambine del gruppo Karen iniziano a indossare gli anelli intorno al collo sin dall’età di circa 4 anni. Nel corso degli anni, gli anelli vengono sostituiti e adattati al corpo in crescita, diventando un elemento di abbellimento significativo per la comunità.

Oltre a preservare la tradizione, si crede che questi anelli offrano protezione anche dagli spiriti maligni. Erroneamente, si è creduto a lungo che l’uso prolungato degli anelli portasse effettivamente a un allungamento fisico del collo, rendendolo debole e malleabile. Questa convinzione alimentò la credenza che una donna Karen non potesse sopravvivere senza gli anelli.

Tuttavia, recenti studi anatomici dimostrano che il peso degli anelli spinge verso il basso le spalle, provocando una deformazione delle clavicole nel tempo. In questo modo, sembra che il collo si allunghi, quando in realtà sono le spalle e la gabbia toracica a spostarsi verso il basso. La rimozione degli anelli, contrariamente alle credenze, non mette a rischio la vita delle donne Karen.

Villaggio Karen: cosa vedere

Il villaggio Karen si è rivelato un luogo affascinante, caratterizzato da una bellezza semplice e autentica. La tassa di ingresso, richiesta per contribuire alla comunità Kayan, testimonia il desiderio di sostenere localmente questa affascinante destinazione. Attraverso strette vie fiancheggiate da case in bambù ben curate, abbiamo scoperto la povertà resa più accogliente da piante rigogliose e templetti domestici.

Gli abitanti del villaggio conducono la loro vita quotidiana, arricchita da orti, bottegucce e recinti di animali.La possibilità di fare una pausa per tè o uno snack non solo ha arricchito il nostro viaggio, ma ha anche contribuito all’economia locale. I negozi di artigianato gestiti prevalentemente dalle donne dal collo lungo hanno offerto un’opportunità per apprezzare e sostenere le loro abilità artistiche.

La presenza di visitatori stranieri non ha disturbato l’atmosfera tranquilla del villaggio, dove nessuno ci ha pressato per fare acquisti o fotografie alle “long neck ladies“. La passeggiata è stata un’immersione autentica nella vita della comunità, arricchendo la nostra comprensione della cultura Kayan.

Un mio ricordo indimenticabile

L’ho trovato… negli occhi di un bambino che chiamerò Thai. Thai ha circa 2 anni e vive nel villaggio delle donne giraffa di Thaton, a nord di Chiang Rai. Ha degli occhi bellissimi e grandi… ti ci perdi dentro a guardarli.

Quando arriviamo in massa verso di lui ci accoglie con un grande sorriso. Non ci conosce ma ci sorride e, come il sorriso  della Thailandia, anche il suo è contagioso.  Qualcuno gli scatta delle foto, altri lo guardano incuriositi ma la maggior pare si tiene a dovuta distanza (hanno paura che morda?). Thai, però, vorrebbe giocare con noi e quegli sguardi fissi su di lui un po’ lo intimoriscono. La sua attenzione si posa su questo strano strumento, la fotocamera, che tutti maneggiano con velocità e che puntano verso di lui come se fosse un fenomeno da baraccone!

Mi siedo vicino a lui, gli sorrido e lo saluto con la mano. Lui ricambia il sorriso. Tra le mani stringe un piccolo oggetto di plastica, gli chiedo di darmelo ma non può comprendermi. Così glielo prendo con dolcezza e lui, lievemente preoccupato ma senza dire una sola parola osserva serio ogni mio minimo movimento. Cerco di fargli capire che sto per lanciarglielo… e di tenersi pronto! Thai accenna un sorriso e resta in attesa della prossima mossa.

Allora conto fino a tre e gli lancio il giocattolino. In quel preciso momento scoppia in una risata fragorosa e alza le braccia in segno di euforia e continua a ridere, tantissimo. Andiamo avanti così per tre, quattro volte. Glielo lancio, lui ride, lo riprendo lo rilancio etc. Un verso spasso! Al mio quinto tiro succede una cosa meravigliosa. Gli tiro il giocattolino e lui, come sempre, ride di gusto ma stavolta, prima che io possa riprendermelo, lo afferra per primo.

A quel punto mi guarda intensamente e mi sorride come a dire “guarda che ho capito il gioco, so cosa fare” e tende la sua manina verso di me porgendomi l’oggetto per continuare a giocare. Intanto, il gruppo è andato via e sta visitando altre zone del villaggio. Mi sento chiamare, fra poco dovremo rimetterci in marcia e non c’è più tempo per stare con lui ma Thai sta aspettando e trovo il tempo per un ultimo tiro.

Prendo il giocattolino dalle sue mani e lo rilancio. Ennesima risata fragorosa per Thai che è sempre più divertito. E non è il solo a divertirsi ma io, purtroppo, devo andare! Gli sorrido e mi alzo, facendogli ciao con la mano! In quel momento esatto, Thai smette di sorridere. “Devo andare” gli dico “mi dispiace” ma non c’è bisogno di spiegarglielo. Lui lo ha già capito e un’espressione delusa si impadronisce del suo volto.

Appena mi allontano vedo il suo visino farsi sempre più triste, i suoi occhi mi seguono da lontano e sembrano dirmi “torna a giocare ti prego” e questa scena mi si inchioda nella mente e nel cuore e non potrò mai dimenticarla. Mentre vado via mi commuovo e piango. Piango perché non vorrei lasciarlo e mi piacerebbe rimanere con lui e mi commuovo perché, nonostante tutto quello che gli manca, Thai è un bambino felice. La sua infanzia semplice e genuina non ha niente da invidiare a quella dei suoi coetanei occidentali.

Ciao Thai, sii felice!

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