In viaggio verso Ladakh: il “piccolo Tibet” nel nord dell’India

Un paese immenso come l’India non è facile da approcciare. Ogni regione differisce dalle altre tanto che dire “vado in India” risulta decisamente troppo generico per chiunque abbia anche solo un minimo di conoscenza del paese. La mia meta è il Ladakh, una regione nell’estremo nord dell’India, chiamata anche “piccolo Tibet” per la vicinanza geografica con esso e la cultura che li accomuna. Il Ladakh, infatti, è una regione a maggioranza buddhista, molto isolata e tranquilla.

Nonostante politicamente appartenga allo stato di Jammu e Kashmir che, confinando con il Pakistan è da lungo tempo teatro di lotte e attentati. qui gli scontri non sono mai arrivati. Il buddhismo che vi si pratica è per lo più quello tibetano e infatti qui hanno trovato rifugio molti esiliati e profughi tibetani. Ho scelto questa regione perché sono affascinata dalla cultura buddhista e dai paesaggi naturali ed “estremi” che essa ospita. L’itinerario prevede tanti monasteri e piccoli villaggi, paesaggi montani dall’aspetto lunare e laghi in alta quota.

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Chi è già stato definisce il Ladakh un’esperienza mistica e unica per alcuni aspetti. Io spero di sperimentare di persona l’immenso e il minuscolo, le montagne altissime e i piccoli villaggi, spero di trovare la dimensione umana e le cose che contano, “sovrumani silenzi e profondissima quiete”, chissà che magari non riesca a sovvenirmi “l’eterno, le morte stagioni, e la presente e viva e il suon di lei”. L’ermo colle, in fondo, è ovunque si abbia voglia di cercarlo, e me lo vedo Leopardi a zonzo per l’Himalaya.

Per me sarà la prima volta in India, quindi la prima cosa che ho deciso di fare per prepararmi a questo viaggio è stata “calmarmi” e fare appello a tutta la serenità pre-partenza di cui sono capace. Poi ho letto guide e siti internet, ma mi rendo conto che niente può preparare davvero all’impatto con l’India, nemmeno ore di letture o film Bollywood style; questa è l’unica cosa su cui quasi tutti i viaggiatori che ho avuto modo di leggere e consultare sono d’accordo.

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Quindi, raccolta un po’ di orientale seraficità e rimesso in gabbia lo spirito delle Grandi Aspettative, la seconda cosa da fare è chiedere il visto. Se si ha tempo e modo, portarlo direttamente al consolato indiano (a Roma o Milano) è comodo, veloce ed economico, altrimenti ci sono moltissime agenzie affiliate che prendono in carico la pratica via posta e la sbrigano per voi, ovviamente a pagamento. Richiedere il visto è un poco macchinoso ma non troppo complicato. Il sito del consolato e delle agenzie forniscono informazioni dettagliate.

Bisogna compilare un modulo online tramite un portale internet apposito, inserire la scansione della fototessera, stamparlo e portarlo firmato al consolato o spedirlo in agenzia con il passaporto. Procurati i visti, ci sono le vaccinazioni da fare secondo coscienza. Dal momento che buona parte dell’itinerario si sviluppa in luoghi poco abitati, sono andata dal mio medico per farmi fare le ricette per una serie di farmaci che potrebbero servire, la classica “mini-farmacia” portatile, come consigliano anche le ASL.

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Risolte le questioni sanitarie, passo all’attrezzatura. Mi piace viaggiare con lo zaino, che in questo caso cercherò di lasciare leggero, portando pochi vestiti selezionati con cura, qualcosa per tutte le stagioni, dal momento che il clima si preannuncia mutevole. Magliette a maniche corte, jeans o pantaloni da trekking ma anche un pile, intimo caldo e calzettoni. Ho anche preso un sacco a pelo caldo (clicca qui per leggere le recensioni dei migliori sacchi a pelo) per le sere in cui si dormirà nei campi tendati ad altitudini considerevoli.

Saranno utili salviette umide, una torcia, un paio di lucchetti, un marsupio o una tracolla sottile per tenere vicini soldi e documenti, del sapone da bucato e qualche molletta. Come e quando laveremo i vestiti è un’incognita divertente, così come altre questioni tecniche che sarà divertente “risolvere” al momento con un po’ di quella seraficità di cui sopra… volesse anche dire stenderli in mezzo agli yak e sorprenderli al mattino a ruminare qualche mutanda.

di Selena Magni

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