Storia di una viaggiatrice (quasi) dispersa nella foresta norvegese

Ok la Norvegia è grande ma perdersi in una foresta alla porte di Oslo ha dell’incredibile eppure mi è successo. Quel giorno un timido sole mi aveva convinto a vestirmi in modo particolarmente leggero, sbagliando perché del clima norvegese non ci si può fidare e il caldo è, spesso, solo un miraggio. A mia discolpa devo dire che non immaginavo di trovare la foresta Nordmarka (di cui vi ho parlato qui) quasi completamente ghiacciata in primavera, per cui ero poco equipaggiata per camminare nella neve.

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Ma partiamo dall’inizio. In questa foresta ci sono vari itinerari a piedi tra cui quello che conduce fino a Frognerseteren. Si tratta di un percorso naturalistico di circa 2 km, molto suggestivo che a detta del Tourist Office richiede due ore al massimo“. A Frognerseteren, poi, un’altra stazione metro ti riporta velocemente ad Oslo città. Il problema è che noi Frognerseteren non la raggiungeremo mai perché le distanze erano ben altre e la neve ed il ghiaccio non si affrontano in jeans, scarpe da ginnastica e… stivali (io).

Infatti, dopo aver esplorato l’area intorno al lago Sognsvann, il percorso principale e più frequentato, ci siamo allegramente inoltrati nella foresta e abbiamo iniziato a camminare. Già dopo un’ora di marcia, però, il paesaggio non era più lo stesso: la neve si trasformava in ghiaccio e non si vedeva un’anima viva da diversi chilometri. Il GPS del cellulare, per lo meno, ci dava un’idea del territorio ma le distanze sembravano aumentare, invece di diminuire.

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Insieme a loro, aumentava anche il freddo e le due ore erano già state abbondantemente superate. Lo so, saremmo dovuti tornare indietro ma la curiosità del viaggiatore e la segnaletica ci incoraggiavano ad andare avanti e convinti di trovare prima o poi questo benedetto Frognerseteren, abbiamo proseguito, quasi senza rendercene conto, per chilometri e chilometri nella neve, tra gli alberi, i cespugli, i laghetti ghiacciati, percorrendo strade e stradine molto scivolose ed impervie.

Il percorso diventava sempre più inaccessibile e, stanchi da morire, ci siamo fermati, una volta, due, tre, ragionando sul da farsi e con la speranza di trovare qualcuno a cui chiedere indicazioni ma le uniche due persone che abbiamo incontrato non sapevano come aiutarci (dubito che sapessero dove si trovavano loro stesse). “Torniamo indietro” ci siamo detti eppure il traguardo sembrava vicino e, ancora una volta, abbiamo proseguito. Poi, all’improvviso, di fronte a noi un pericoloso dirupo e allora (e solo allora) abbiamo deciso di fare dietrofront.

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Tornare indietro ci è costato fatica, sforzo fisico e delusione personale nel non essere riusciti a raggiungere l’obiettivo, a toccare finalmente il punto di arrivo, nonostante tutte le energie investite nell’impresa. Per un viaggiatore è sempre un po’ una sconfitta non riuscire nell’intento che si è prefissato e tornare indietro è per lui quasi sempre una scelta sofferta se non ha visto ciò che voleva. Ci sono dei momenti in cui, però, bisogna sapersi arrendere e cambiare i propri piani è necessario. A ripensarci adesso, mi scappa un sorriso.

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In quel momento, però, il senso di smarrimento mentre cercavo di combattere contro il freddo, la neve, le scarpe bagnate, le gambe stanche, la fame e la sete è stato talmente forte che quel giorno lo ricordo ancora con un po’ di agitazione. Perdersi in una foresta ghiacciata non è come perdersi tra le strade di una capitale europea, soprattutto perché nella foresta eravamo completamente soli e soli camminavamo, come fantasmi nel silenzio di case disabitate, posti deserti e oggetti abbandonati.

Paura, eh? Vi confesso che noi ne abbiamo avuta.

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