Nella prefazione al libro “Dalla Terra alla mia Terra“, l’autrice Isabelle Francq, coglie immediatamente il senso dell’esperienza di Salgado, il fotografo brasiliano che con la sua maestria permette allo spettatore non solo di incontrare gli altri attraverso la sua foto ma di riconoscere se stesso in quanto creatura vivente. Nell’osservare una sua fotografia si comprende realmente il significato profondo dell’essere donna, uomo, bambino. Ciò che maggiormente risalta nelle sue immagini è il rispetto per la dignità umana e una sensibilità così profonda verso l’altro espressa attraverso la sua abilità nel riuscire a farlo sentire così vivo, intenso e così incredibilmente fraterno.

Sebastiao Salgado è il più grande “fotogiornalista” del nostro secolo. Nasce ad Aimorés, in Brasile, nel 1944 ed attualmente vive a Parigi. Possiede una formazione universitaria da economista e statistico, e decide di avvicinarsi alla fotografia solo al ritorno da una missione in Africa, continente a lui particolarmente caro per ragioni storiche e geologiche che la accomunano alla sua America latina.

La sua carriera inizia intorno al 1973, con una serie di reportage prima a Sahel, poi in Portogallo, Angola e Mozambico. Nel 1975 entra a far parte dell’agenzia Gamma ed in seguito, nel 1979, della celebre cooperativa di fotografi Magnum Photos. Sposa Lélia Wanick e con lei fonda l’agenzia Amazonas Images creando, nella sua città natale, l’Instituto Terra, un progetto ambientale per ripristinare la foresta della fascia atlantica brasiliana, costruendo insieme una meravigliosa storia d’amore ed un’ammirabile vita professionale .

Nel libro “Dalla Terra alla mia Terra“, edito da Contrasto e pubblicato in collaborazione con la giornalista Isabelle Francq, Salgado si racconta e racconta le proprie fotografie in prima persona, circa 70 anni di lavoro espressi in parole ed immagini.

“Adoro la fotografia, adoro fotografare, tenere in mano la fotocamera, giocare con le inquadrature e con la luce. Adoro vivere con la gente, osservare le comunità e ora anche gli animali, gli alberi, le pietre. E un’esigenza che proviene dal profondo di me stesso. È il desiderio di fotografare che mi spinge di continuo a ripartire. Ad andare a vedere altrove. A realizzare sempre e comunque nuove immagini.”

La fotografia è una forma di vita, il passato, la filosofia di vita, l’etica di chi “fa lo scatto” sono questi gli elementi che danno spessore all’opera fotografica, la completano e le conferiscono la giusta carica emotiva. Parte della copertina del libro ritrae una zampa di iguanasinonimo della “prima volta” per Salgado, difatti era la prima volta che il fotografo si ritrovava a dover fotografare un vero animale. Attraverso le sue immagini ha sempre cercato di proporre l’uomo, unico animale di sua conoscenza, ritenendo che l’iguana fosse una specie completamente distante da noi e molto più vicino ad un dinosauro.

Tuttavia, nel puntare il suo obiettivo si è reso immediatamente conto di quanto in fondo quell’arto fosse così simile a quello umano o comunque alla mano di un guerriero con la sua cotta di ferro. Da qui prende corpo e si sviluppa la sua continua ricerca per l’origine, ciò che eravamo e cosa vi era in principio, realizzando che in realtà c’è un’unica cellula primigenia, da cui ci si evolve in un modo o nell’altro ma alla quale tutti, uomini e animali, facciamo riferimento e che tutti condividiamo.

Man mano che si va avanti tra una pagina e l’altra di quest’affascinante opera, veniamo trasportati in paesi differenti, rivivendo in piccolo l’esperienza dello stesso Salgado che ha trascorso gli anni più recenti della sua vita , affrontando climi duri, dai più freddi ai più caldi, percorrendo a piedi distanze enormi, camminando sulle superfici instabili delle foreste con gli Indios, contemplando la Terra dalle cime più alte agli abissi più profondi. Il suo scopo è sempre stato quello di entrare nel Pianeta, e lo ha fatto scoprendo di volta in volta tutti gli elementi che lo compongono, prima la parte minerale poi quella vegetale ed infine animale, e solo a quel punto è riuscito a cogliere la vera essenza dell’origine umana.

Attraverso i suoi reportage, immagini classiche in bianco e nero con una gran cura per la luce, riusciamo davvero a carpire quanto l’uomo all’inizio della sua specie fosse caratterizzato essenzialmente dall’istinto, capace di sentire la natura, di saperla osservare ed interpretare nella sua evoluzione. L’urbanizzazione ha spento questa originaria peculiarità dell’uomo fino a farla sparire del tutto, creando un uomo che oggi è del tutto estraneo al suo Pianeta nonché a sé stesso. Un uomo che non è più in grado di sentire e vedere ciò che lo circonda, che è sempre più proiettato a distruggere piuttosto che produrre.

La fotografia per Salgado non è una professione ma una forma di militanza, potremmo definirlo una sorta di fotografo “engagé”, che nella sua concezione darwiniana sull’evoluzione della specie, spera attraverso la sua testimonianza, di poter stimolare l’uomo a riscoprire sé stesso, a ritrovare quel contatto intimo ed  innato con il mondo. La sua opera è un monito a tornare al concetto più vero e profondo di Pianeta Terra, come unico modo per vivere meglio, poiché il mondo contemporaneo così urbanizzato e vincolante, con le sue leggi e le sue regole, impedisce all’uomo di potersi esprimere per quello che è e di poter vivere in comunione con la natura così com’era in principio.

[slideshow_deploy id=’8598′]

Scritto da:

Marianna Norillo

Viaggio, scrivo, sogno. E poi ricomincio. Perché viaggiare è come vivere più vite in un solo corpo. Scrivere significa viaggiare anche quando il viaggio finisce. Sognare dà forma a nuovi viaggi e nuovi racconti e, viaggio dopo viaggio, racconto dopo racconto, il mondo cambia.