La chiesa dedicata a San Vincenzo Ferrer e la sua bellezza nascosta

Un piacevole pomeriggio appena tiepido, la curiosità di esplorare zone sconosciute del proprio paese, Padula, in provincia di Salerno. In lontananza, su un muro dove due gattini si crogiolano beati ad un pallido sole, si eleva timida una croce. Man mano che ci si avvicina prende corpo e forma, quasi naturale proseguimento di un giardino chiuso da un cancello, la facciata di una chiesetta, su cui fanno bella mostra due finestrelle prive del vetro ed un’iscrizione in latino, mezza cancellata dal tempo, una data, 1756… La chiesa dedicata a San Vincenzo Ferrer.

La curiosità, insana e piacevole compagna di viaggio, prende il sopravvento, e spinge a volgere il capo ed il corpo in tutte le direzioni alla ricerca di uno spiraglio, un buco qualsiasi da dove poter sbirciare all’interno. Commossa, o semplicemente incuriosita da questi comportamenti, una gentile signora fa capolino dalla porta dirimpetto e magicamente estrae le chiavi della chiesa, invitandoci ad entrare ma nel contempo avvisandoci di stare attente perché la chiesa è pericolante; dopo uno stridulo suono di cardini arrugginiti la porta si apre, svelandoci un vero e proprio tesoro.

La chiesa, ad un’unica navata, mostra i segni di una passata e sfolgorante bellezza nelle elaborate decorazioni dell’altare, nelle cornici che tutto intorno scandiscono la lunghezza e l’altezza delle pareti e che, prima degni completamenti di stupendi affreschi, ora occhieggiano solitarie e sconsolate l’incauto visitatore. Una traccia di blu corre ancora lungo l’altare e porta l’occhio verso la statua di san Vincenzo, in piedi sotto l’edicola che doveva contenerla un tempo, che dal suo posto sembra quasi commuoversi per la sorte del luogo dove si trova.

Dirimpetto all’altare c’è il loggiato del coro, ove un organo ligneo a baldacchino mostra fra la polvere tracce di rosso e dorato sulle sue ante, che chissà da quanto tempo non vengono aperte. Completano il ritratto di questo degrado una enorme cornice rettangolare decorata a palmette appoggiata sui banchi privata della sua tela (ci viene spiegato che l’Annunciazione che conteneva si trova ora nella chiesa madre) ed enormi crepe che corrono lungo gli angoli della chiesa, facendo intravedere l’azzurro del cielo; nel buio vicino alla porta, un’acquasantiera in marmo nero sormontata da un viso.

All’esterno è possibile vedere come il tetto sia “slittato” verso destra, andandosi ad appoggiare al muro della casa affianco: un gatto improvvisatosi custode miagola pigro nei nostri confronti, stupito forse di vedere gente laddove tutto è silenzio ed erbacce. La nostra guida ci dice che il parroco ha promesso di far rifare almeno il soffitto ed il tetto, ma è impossibile non pensare con sgomento alla magnificenza che si trova dietro quello sfacelo. Ecco, la porta si richiude e la signora, novello Cicerone, prima di salutarci ci indica una casa poco distante, il cui portale è sormontato dallo stemma di un vescovo, e a cui apparteneva la chiesa che or ora ci ha finito di mostrare.

Ce ne andiamo silenziose, con negli occhi le immagini di quella chiesetta, con la volontà di fare qualcosa e lo sgomento del non sapere cosa fare. Ci rendiamo conto che avere occhi e risorse per curare tutto sia impossibile, ma ci chiediamo quale donna, pur avendo tanti gioielli, non perda almeno un po’ del suo tempo a cercare di riportare all’antico splendore un piccolo anello che, pur ricoperto di polvere, ha ancora la forza di emanare qualche debole bagliore.

di Stefania Melito

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