Una guida alternativa di New York: il libro “Città aperta” di Teju Cole

“Quelle camminate, un contrappunto alla frenesia delle giornate in ospedale, pian piano si erano allungate, portandomi sempre piú lontano, tanto che a volte, di notte, dovevo tornare a casa in metropolitana. È cosí che, all’inizio dell’ultimo anno di specializzazione in psichiatria, New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo”. Così ha inizio“Città aperta” di Teju Cole, uno scrittore, fotografo e storico nigeriano che, con questo suo primo libro ha dimostrato di essere una delle voci più promettenti del panorama letterario contemporaneo.

Protagonista di questo romanzo d’esordio è Julius, giovane nigeriano-tedesco specializzando all’ultimo anno di psichiatria a New York, dove vive da solo, lontano da casa e dagli affetti. Verso la fine del suo percorso di studi Julius, per staccare dalla frenesia delle giornate in ospedale, una sera dell’autunno del 2006 inizia a vagabondare per la città, ma lo fa “con il distacco dell’outsider, la profondità dell’intellettuale e l’agio del flâneur”.

E a quella sera, a quella camminata, ne seguiranno tante altre. Quelle passeggiate in giro per New York assumono per Julius un effetto e un valore terapeutico e non può farne più a meno. E così New York diventa per lo studente una fucina in continua attività, che crea e rivela storie, che gli apre la mente a diverse riflessioni, osservazioni, che gli regala nuove scoperte, gli svela nuovi mondi.

Mentre riflette sul “miracolo dell’immigrazione in natura“, quando si rifugia nell’American Folk Art Museum per ripararsi da un temporale, Julius scatta anche delle fotografie, ma la scarsa presenza di spettatori di colore ad un concerto alla Carnegie Hall lo fa riflettere sul suo essere, ancora, un outsider. Così il narratore decide di visitare l’antico “luogo di sepoltura per negri” a Brooklyn, parla con un lustrascarpe haitiano e si confronta con un giovane liberiano rinchiuso nel centro di detenzione per clandestini nel Queens.

Julius si fa erede di una tradizione, quella di nomade e di immigrato, il suo passo diventa sempre più attento, si fa necessità e il suo essere fotografo e osservatore alimenta questo bisogno. Nella narrazione, però, il protagonista non esce mai troppo allo scoperto, di lui, della sua vita privata, si sa ben poco. Il mistero non si svela nemmeno quando il giovane specializzando decide di volare in Belgio per indagare sulle proprie origini.