Dopo esserci lasciati alle spalle tre magnifici giorni a Singapore siamo pronti per raggiungere la nostra prossima destinazione, Bali. A Denpasar arriviamo in mattinata ma prima di fare rotta verso Ubud che sarà la nostra casa per i prossimi giorni decidiamo di fare una tappa intermedia a Tanah Lot. Quando arriviamo è ormai già buio (d’altronde in Indonesia il sole tramonta alle 17) e, purtroppo, in hotel ci viene detto che la camera è già occupata e che la prima notte ci avrebbero sistemato altrove.

Non ho idea di come sia potuto succedere dato che avevamo prenotato su Booking da mesi ma di sicuro non è stato un inizio entusiasmante soprattutto perché l’altra sistemazione era veramente brutta, sporca, cupa e con un tanfo di chiuso irrespirabile. Inutile adirarsi, però, e allora ne abbiamo approfittato per uscire e prendere un po’ d’aria ma soprattutto per rifocillarci ma il primo impatto non è dei migliori: camminare per le stradine di Ubud di sera, dopo i colori , le luci, il movimento e la movida di Singapore, mette quasi a disagio.

C’è un silenzio assordante per chi come me abituato alla città e, pur amando la natura, non ci vive a stretto contatto ogni giorno ma poi qua e là, tra il nulla e il buio totale, trovi questi localini che trasmettono un non so che di mistico e surreale e tutto prende un’altra piega. Dopotutto, Ubud è considerato il centro è spirituale dell’isola dove è possibile praticare yoga e mangiare biologico e la nostra prima sera in terra indonesiana almeno si conclude in bellezza al Dayu’s Warung dove preparano deliziosi piatti vegani a base di prodotti a km zero.

Tornati in camera, dormiamo poco e niente ma cerchiamo almeno di stenderci e riposare le gambe in vista dei prossimi 3 giorni a Bali (sempre iniziati al gusto di banana pancake) di cui i primi due trascorsi in giro per l’isola alla scoperta dei suoi angoli più celebri e l’ultimo completamente dedicato alla visita di Ubud che non poteva non iniziare con il Puri Saren Agung, il Palazzo Reale dove risiede il sovrano di Ubud, al Pura Marajan Agung, il tempio privato della famiglia reale e il Pura Taman Saraswati, un suggestivo tempio che affaccia su un grazioso laghetto pieno di fiori di loto.

Da qui ci siamo spostati verso il villaggio di Padangtegala in cui si trova uno dei simboli di Ubud, la famosa Monkey Forest, dove oltre 700 scimmie vivono in un ambiente incontaminato e molto scenografico per il turista. Le storie che si raccontano su di loro sono abbastanza inquietanti ma non del tutto vere. Alcuni siti Internet consigliano massima cautela quando si visita la foresta perché tanti turisti vengono morsi e contraggono la rabbia e, per questo, ero un po ‘preoccupata quando siamo entrati.

Subito dopo qualche minuto, però, mi sono resa conto che le scimmie erano assolutamente innocue e per niente aggressive contrariamente a quanto narravano quelle storie. Certo, qualche precauzione ci vuole perché si tratta di animali che vivono allo stato brado e possono avere delle reazioni imprevedibili ma non c’è bisogno di leggere un manuale di comportamento per capire cosa fare e cosa non fare. Vi basterà leggere le istruzioni all’ingresso del parco e non avrete nessun problema.

Inoltre, abbiamo incontrato molti guardiani durante la nostra passeggiata e tutti tenevano d’occhio visitatori e scimmie in modo impeccabile. Quindi, andateci e visitare la Monkey forest senza spaventarvi da quello che potrebbero dirvi ma ovviamente rispettate le regole. Tornando verso il centro di Ubud ci siamo imbattuti in un signore dall’aspetto cordiale che voleva venderci dei biglietti per uno spettacolo al Teatro Balai Banjar. Non era il primo che incontravamo ma ci ha trasmetto simpatia e abbiamo deciso di prenotare due posti in prima fila per la serata.

Prima di regalarci questo momento di musica e folklore, però, ci siamo regalati qualche ora di puro relax alla Putri Bali Spa che offre massaggi e pacchetti a prezzi davvero super super… e vi dirò, il massaggio balinese con bagno di fiori finale è davvero figo! Unico suggerimento che mi sento di darvi è quello di  è prenotare la seduta in anticipo. Noi siamo stati fortunati a trovare un posticino libero last minute perché le spa migliori sono quasi sempre tutte a completo. D’altronde vista la convenienza dei trattamenti offerti, è impensabile non approfittarne.

La giornata non è ancora finita comunque e siamo pronti per l’ultima parte del nostro tour alla scoperta di Ubud che si conclude al Teatro Balai Banjar dove avevamo prenato i posti per lo spettacolo di Barong, tradizionale danza sacra balinese che rappresenta la lotta tra Barong mostruoso dio-animale simbolo del Bene e della Fertilità e Rangda, una strega simbolo del Male che si conclude inevitabilmente con la vittoria del primo sulla seconda. La musica era molto particolare e siamo usciti un po’ storditi ma l’esperienza valeva tutte le 80 mila rupie pagate.

Usciamo dal teatro entusiasti, appagati, felici e anche molto affamati per cui prima di tornare in hotel ci fermiamo a cenare qualcosa da Taman Curry al numero 35 della strada principale Raya Ubud, prima che tutti i locali di Ubud abbassino le serrande lasciandoci senza cena (a Bali i ristoranti chiudono presto tra le 22-23). A proposito, “warung” è la parola che probabilmente troverete più spesso nelle insegne dell’isola e rappresenta tutti quei luoghi dove ogni giorno migliaia di balinesi e turisti consumano il loro pasto.

“I nostri ristoranti” direte voi e, invece, no o meglio non proprio perché i warung nascono come piccole attività a gestione familiare che non si occupavano della sola vendita di cibo e bevande ma anche di altri beni di prima necessità e erano aperti giorno e notte. C’è da dire, però, che oggi, visto il crescente numero di turisti, i warung si sono evoluti e trasformati in veri e propri ristoranti in effetti. Io comunque vi consiglio di mangiare nell’atmosfera tradizionale dei piccoli warung, è un’esperienza che non dimenticherete.

Selamat tinggal Bali, domani si parte alla volta delle isole Gili ma cosa sarebbe l’Indonesia senza te?

Scritto da:

Marianna Norillo

Viaggio, scrivo, sogno. E poi ricomincio. Perché viaggiare è come vivere più vite in un solo corpo. Scrivere significa viaggiare anche quando il viaggio finisce. Sognare dà forma a nuovi viaggi e nuovi racconti e, viaggio dopo viaggio, racconto dopo racconto, il mondo cambia.