Ieri sera ho visto A Walk in the Woods con i mitici Robert Redford, Nick Nolte ed Emma Thompson! Che dire, bellissimo a partire dalla location in cui è ambientato: il sentiero degli Appalachi, uno dei sentieri escursionistici più celebri del mondo, lungo circa 3510 chilometri. Non lo conoscevo e poterne ammirare i meravigliosi scorci anche se solo attraverso i fotogrammi del film è stato davvero illuminante.

Ho scoperto, infatti, che il sentiero degli Appalachi, noto come Appalachian Trail o semplicemente A. T, sulla costa orientale degli Stati Uniti d’America, attraversa ben 13 stati dalla Georgia, il Maine, la Carolina del Nord, il Tennessee, la Virginia, la Virginia Occidentale al Maryland, il New Jersey, lo Stato di New York, il Connecticut, il Massachusetts, il Vermont e il New Hampshire.

La sfida che gli esperti di trekking si pongono è quello di percorrerlo nella sua interezza in una sola stagione. Su Internet si trovano molte risorse dedicate a quest’impresa titanica e a parlarne sono anche molti libri, tra cui proprio A Walk in the Woods da cui il film omonimo è tratto. Scritto nel 1998 da Bill Bryson (Redford), il libro racconta l’avventura dell’autore sugli Appalachi insieme ad un insolito compagno di viaggio (Nolte).

Al di là della trama, molto simpatica ed avvincente, A Walk in the Woods mi ha fatto riflettere su quanto il senso del viaggio possa essere diverso per ognuno di noi e, nonostante questo, mantenere la sua legittimità. Spesso, tendiamo a criticare chi viaggia in modo diverso dal nostro, ad esempio, dando per scontato che c’è un unico modo giusto per visitare un posto ma non è così.

Ognuno di noi ha le sue attitudini ed i suoi interessi, i suoi punti di forza ed i suoi limiti e si può viaggiare seguendo l’istinto, all’avventura o programmando tutto nei dettagli ma questo non deve necessariamente invalidare la bellezza intrinseca di un viaggio perché la bellezza è di chi sa coglierla non di chi è più bravo a farlo. La meta non è un obiettivo da raggiungere o una bandierina da mettere sulla mappa, è ciò che accade durante che conta più di tutto.

Perciò, pur percependo una certa affinità con il modo di viaggiare del protagonista, penso di aver capito bene anche il punto di vista del suo amico Stephen Katz, quando ormai sulla strada del ritorno verso casa, dopo aver deciso di mollare tutto, sorprende Bill Bryson, scoraggiato per non aver terminato il sentiero e non aver visto neanche il Monte Katahdin, con questa risposta:

Another mountain? How many mountains do you need to see? As far as I’m concerned, we walked the Appalachian Trail. We walked it in the heat, we walked it in the snow, we walked it until our feet bled. We hiked the Appalachian Trail, Bryson.

A volte, avremmo bisogno anche noi di uno Stephen Katz che sia lì a dirci “fregatene se non hai visto l’ennesima montagna, te lo sei vissuto fino in fondo questo viaggio e  l’impegno, la stanchezza, le fatiche che hai superato per arrivare dove sei sono sufficienti per poter affermare che l’impresa è compiuta“. Credo che di fronte ad una considerazione del genere non potremmo che reagire come Bryson nel libro/film: “maybe you’re right, Katz“.

Scritto da:

Marianna Norillo

Viaggio, scrivo, sogno. E poi ricomincio. Perché viaggiare è come vivere più vite in un solo corpo. Scrivere significa viaggiare anche quando il viaggio finisce. Sognare dà forma a nuovi viaggi e nuovi racconti e, viaggio dopo viaggio, racconto dopo racconto, il mondo cambia.