Come cambia il significato del tempo nelle diverse culture

Tempo, un concetto universale eppure così diverso da una cultura all’altra. Si tende a dare per scontato che il tempo sia quello segnato sul display del nostro smartphone, che il tempo sia qualcosa di immutabile e fisso, le 5 del pomeriggio sono le 5 del pomeriggio e che serva a scandire alcuni momenti della nostra giornata o a fissare impegni e appuntamenti di lavoro e con amici. Eppure, invece, il significato del tempo cambia notevolmente nelle diverse culture. Non è affatto qualcosa di assoluto e, come vedrete negli esempi qui di seguito, può avere una funzione e una valenza mutevole in base al contesto in cui lo troviamo e influenzare la comunicazione interculturale in modo abbastanza importante.

Tempo e puntualità

Non tutti siamo puntuali eppure consideriamo la puntualità un valore da rispettare. Questo perché nel mondo occidentale in cui nasciamo e ci formiamo ritardare ad un appuntamento più di 20 minuti è, sebbene tollerato, considerato abbastanza scorretto. Tuttavia, nessuno si preoccupa di 5 o 10 minuti di ritardo in circostanze normali. Nelle culture orientali, invece, qualsiasi tipo di non-puntualità è vista come mancanza di rispetto. Ad esempio, in Giappone e Germania il rispetto degli orari concordati è molto importante e viene “premiato” chi sa attenersi al tabellone di marcia e, ancor più, presentarsi all’appuntamento con largo anticipo.

Tempo come corda o elastico

La metafora del tempo come corda o come elastico è molto efficace poiché riesce a spiegare molto bene il modo diverso in cui paesi e culture interpretano il tempo. A differenza degli orientali, ad esempio, ma anche di centroamericani e sudamericani, chi vive in Europa e in Nordamerica tende per la maggior parte della sua vita a vedere il tempo come una corda tesa che non cambia, resta rigida e si rilassa solo in alcune occasioni. Diversamente, in altre culture, come appunto quella orientale, il tempo è considerato come un elastico, sempre in posizione di riposo che si tende quando c’è un motivo per farlo, per poi tornare a rilassarsi.

Il tempo è denaro

Credo che tutti conosciamo questa espressione e quasi tutti l’abbiamo sentita e usata più volte nella nostra vita. Niente di insolito trovandoci noi in una cultura fortemente industriale in cui il tempo è sempre poco e bisogna farlo fruttare, anche economicamente. Tuttavia, questa visione materialista del tempo non vale per ogni paese del mondo e, anzi, applicata fuori contesto, può creare enormi problemi comunicativi. Pensiamo ad una telefonata in Italia. Qualunque sia la ragione per cui si chiami qualcuno, si parte sempre dai convenevoli. In America, invece, si va diritti al punto e se per noi potrebbe risultare spiacevole, in altre culture, come quella araba, saltare i convenevoli può essere visto persino oltraggioso.

Il tempo vuoto

Buona parte della società occidentale non sopporta di buon grado i tempi morti o vuoti. Si ha quasi paura dei silenzi e si cerca in tutti i modi di colmarli con le parole, “vuote” anch’esse perché usate in realtà come riempitivi nelle diverse occasioni. In questo eccellono, per esempio, gli anglosassoni con i loro small talk come le osservazioni sulla situazione meteo mentre non hanno nessun significato i minuti di silenzio per gli scandinavi (i film di Bergman ne sono la prova). Lo stesso vale per gli orientali che reputano il tempo silenzioso un valore e non si affannano a dare una risposta o a decidere la propria mossa ma, piuttosto, ne riconoscono l’utilità e ne sfruttano la saggezza.

Il tempo futuro

La concezione del tempo futuro costituisce un elemento molto distintivo e caratterizzante di alcune culture. Lo dimostrano espressioni come inshallah in arabo, che equivale al nostro se Dio vuole. Mentre, però, nel nostro caso l’espressione va scomparendo o comunque svuotandosi di una connotazione esclusivamente religiosa per diventare, spesso, solo un modo di dire, nei paesi a maggioranza musulmana è sacra. Corrisponde  infatti, ad una radicata necessità presente nel Corano di tener sempre bene a mente che il futuro non dipende da noi, ma da Dio e che, quindi, l’uso del tempo futuro dei verbi è da considerarsi una blasfemia.

Il tempo strutturato

Organizzare il tempo per filo e per segno o lasciare un po’ di spazio all’improvvisazione? Questa domanda racconta due modi di vedere e vivere il tempo diametralmente opposti. Per un nordeuropeo il tempo esiste solo se strutturato, da programmi e ordini del giorno che devono essere rispettati con rigore. Considerazioni quali “ci pensiamo dopo” oppure “tanto una soluzione si trova” risultano incomprensibili e fastidiose per chi vede la strutturazione del tempo l’unica via per passare all’azione e realizzare il progetto. D’altro canto, l’idea che tutto debba sempre essere affrontato con il massimo rigore può essere visto nella nostra cultura e in generale in quelle latine come una mancanza di flessibilità e di elasticità nell’affrontare le cose.

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