3 progetti fotografici che parlano di emarginazione e disuguaglianza

1. Borderlands: volti e luoghi fotografati ai confini dell’Europa

“Borderlands: The Edges of Europe” è una raccolta di fotografie analogiche che rappresentano le persone ed i luoghi lungo i confini dell’Unione europea, sviluppato con lo scopo di creare un archivio di immagini narranti la vita ai bordi dell’Europa. Dal 2011 la fotografa Paola Leonardi ha intrapreso ampie passeggiate lungo le frontiere terrestri dell’Unione europea.

Questa serie si concentra sulla relazione tra le persone, il territorio in cui vivono e l’importanza delle identità transnazionali e transculturali, esplorandone le caratteristiche all’interno del panorama europeo e del loro rapporto con i concetti di casa, di appartenenza e di memoria e di come queste sono state plasmate dagli eventi.

Questo progetto, patrocinato dal Arts Council England, la Fondazione culturale europea e University Campus Suffolk, è iniziato nel 2012 nell’isola di Cipro dove la Leonardi ha lavorato con le Nazioni Unite fotografando nella buffer zone che divide l’isola. Ecco qualche immagine scattata dalla fotografa. Per le altre visitate il sito del progetto.

2. James Mollison

James Mollison è un fotografo cresciuto in Inghilterra ma nato in Kenya nel 1973, ha studiato arte e design alla Oxford Brookes University, e più tardi fotografia alla Newport School of Art and Design, è arrivato in Italia per lavorare nel laboratorio creativo di Benetton, vive a Venezia con moglie e figlio. I lavori di James Mollison sono stati pubblicati in tutto il mondo.

Dal The New York Times Magazine, il magazine The Guardian, The Paris Review, GQ, New York Magazine e Le Monde un successo incredibile per un fotografo giovane e che non aveva compiuto ancora 35 anni. I soggetti scelti da Mollison sono tra i più svariati nel 2008 ha fatto fotografie in formato panoramico di appassionati di musica, sia prima che dopo i concerti.

Straordinario è il reportage sul gangster Pablo Escobar, il criminale colombiano, chiamato il signore della droga, una storia raccontata da centinaia di fotografie, seguito dall’incredibile lavoro sulle grandi scimmie, documentato da una mostra al Natural History Museum di Londra, e dal libro James e altri simili. Il suo ultimo libro, “Dove dormono i bambini” del 2010 racconta storie di bambini diversi del mondo le immagini della loro camera da letto.

James Mollison, fotografo e grande viaggiatore, ha proposto questa serie di foto per rappresentare quello che di più intimo abbiamo. Secondo Mollison la camera da letto fa conoscere il proprietario e la sua identità. In questo reportage, Mollison ha fotografato anche bambini in luoghi minacciati dalle guerre, per mettere in evidenza le differenze che ancora esistono tra paesi, e soprattutto per evidenziare il grande abisso che ancora esiste tra nazioni come Palestina, Cina e Stati Uniti.

3.Il dualismo centro e periferia

 una dicotomia ormai superata. La periferia, cresciuta a dismisura e in maniera disordinata nel corso degli ultimi cinquant’anni, rappresenta oggi il luogo in cui, pur tra molti limiti e carenze, si svolge la vita quotidiana e dove si cerca di costruire, pur se a fatica, un nuovo senso di comunità e appartenenza. Eppure Paolo Verticchio e Valerio Nicolosi, rispettivamente scrittore e fotografo, nella loro opera Bar(n)out intendono ritornare proprio al concetto di periferia così come era intesa più o meno alla metà degli anni Settanta, in cui il termine perde ogni accezione progressiva per rimanere solo l’indicatore spaziale di un disagio fatto di distanza dal centro, carenza di servizi e infrastrutture, ritardo nell’integrazione, tensione sociale, senso di emarginazione. Un luogo, insomma, dal quale si vuole fuggire, ma che offre una vita profonda e nascosta, visibile solo a pochi.

Un progetto dunque, che mira proprio a far sì che il mondo della periferia possa essere visibile non più solo ai pochi che la vivono o l’hanno vissuta, ma anche a coloro che non conoscono questa realtà parallela, forse solo per una questione di limiti spaziali o, probabilmente, perché troppo rinchiusi in quella finta e perfetta routine del “centro” che impedisce molto spesso di vedere al di là di una dimensione cristallizzata. Farlo conoscere come? Attraverso due espressioni artistiche diverse, la scrittura e la fotografia, aventi un obiettivo comune: raccontare e mostrare questa realtà toccando sfere e sensi diversi dell’anima del lettore/osservatore. (Leggi anche “Città aperta” di Teju Cole, libro in cui è New York a raccogliere e far scoprire diverse storie e vite).

In una loro nota, lo scrittore ed il fotografo, spiegano che: “[…] Il titolo mette insieme le parole Bar e Burnout, la sindrome da stress che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto, creando un mix, quindi, tra due mondi apparentemente distanti, ma che invece possono essere molto vicini” .

Da decenni il bar è visto un po’ come il luogo di incontro di varie personalità, ci si trova l’astemio che va lì solo per incontrare qualche amico e sorseggia impassibile il suo succo di ananas, l’alcolizzato che lo considera un po’ la sua vera casa e, al contrario del primo, si gode la sua vodka o il suo bicchiere di vino già alle prime ore del mattino, l’uomo afflitto dai problemi di lavoro che cerca di dimenticarli con un bicchierino di troppo o, semplicemente, colui che è stressato da una vita fatta di affanni, sacrifici, difficoltà e va lì solo per staccare la spina, rilassarsi tra una battuta “da bar” e una grassa risata. (Per approfondire il discorso su scrittura e fotografia, leggi “Arco Rovescio” di Giulio Marzaioli).

Ma oltre il “Bar dei Pazzi”, così denominato dagli autori di questo progetto, come per indicare il bar tipo di ogni periferia, è proprio quest’ultima a dominare la scena. Quel mondo conosciuto a pochi che sembra essersi fermato nel tempo. Un luogo estremamente affascinante che nasconde una moltitudine di storie di vita quotidiana, di personaggi, di eccessi e contraddizioni che si svelano, al lettore/osservatore, sempre nel buio della notte che fa da sfondo, perché proprio in quelle ore, spiegano Nicolosi e Verticchio, “[…] si possono incontrare  persone assolutamente fuori le righe che però sanno trasmetterti comunque tanta umanità”.

Insomma, un mondo vivo fatto di incontri di persone in cui la sera sembra annullarne le differenze e dove tutti si mostrano sotto un unico aspetto, ovvero quello della propria umanità (un progetto simile è stato realizzato da TerraProject e Wu Ming regalandoci un meraviglioso viaggio di fotografie e racconti con protagonisti i quattro elementi primordiali della Terra).

Ed è proprio vero, basta passeggiare per qualche minuto di notte in una stradina di periferia per poter assistere a scene davvero uniche che vedono protagonisti le personalità più disparate e che lo stesso Nicolosi immortala nei suoi scatti (leggere anche “Immagine e didascalia: chi ha ragione?”) e di cui Verticchio descrive i particolari più nascosti. Dal ragazzino povero che simula di giocare a pallone con una lattina trovata lì per terra, alla madre addolorata che ha perso il figlio intenta a ricevere visite di condoglianze, fino a raggiungere quel bar sempre aperto, quel piccolo mondo che racchiude altrettante personalità sempre al limite del confine tra normalità e follia.

“Fotografare e scrivere non sono poi molto diversi, soprattutto se quello che si vuole raccontare è una parte di mondo che pochi conoscono e che sembra essersi fermata a qualche decennio fa. Bar(n)Out nasce con l’idea di raccontare non solo i Bar di periferia, ma la periferia stessa, con i suoi personaggi e le loro storie quotidiane. Per fare questo abbiamo usato immagini che raccontano e parole che fanno vedere”.

Scrivere e fotografare, di questo si tratta in effetti e il progetto di Verticchio e Nicolosi lo dimostra appunto attraverso la fusione di immagini uniche e profonde capaci di raccontare il fascino della periferia con parole che hanno il potere di far vedere, di cogliere quel dettaglio in più ed arrivare laddove la foto non riesce.

2 commenti su “3 progetti fotografici che parlano di emarginazione e disuguaglianza”

  1. Ottimo articolo, gradevole da leggere e ricco di spunti interessanti. Il parallelismo tra la “vecchia” e la “nuova” periferia colpisce nel segno.

    1. Grazie mille Gino del tuo commento, è una gran bella soddisfazione per me. Incuriosire il lettore, guidarlo nella scoperta di qualcosa di nuovo e diverso riuscendo a trasmettere emozioni positive è ciò che mi ha spinto a far parte di questo progetto e mi stimola ad andare avanti. Continua a seguirci!

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